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LIBER: a Milano la quinta edizione dell’autoproduzione dei libri

Si inaugura oggi   sabato 17 ottobre alle ore 15:00 e si cocluderà domani domenica 18 ottobre alle ore 20:00 a Milano in viale Molise 68, la quinta edizione di “LIBER: I libri liberi”, un salone sull’autoproduzione dei libri in tutte le sue più disparate forme ed espressioni, con musica, mostre e laboratori, un appuntamento con la creatività libertaria ed autogestita.

Alla manifestazione parteciperà anche il nostro autore autoproduttore anticopyright (all rights renounced)  Gian Marco Benedetto, che oltre ad esporre il suo libro autoprodotto e autorilegato a mano Dica pure ai suoi che possono spararmi e rilasciato nel PDA (Pubblico Dominio Antiscadenza), testo liberamente scaricabile in formato autorilegabile dal Forum Anticopyrightpedia, esporrà domenica alle ore 15:00 il Progetto Anticopyrightpedia tra gli incontri estemporanei autogestiti che si terranno in Sala Teatro.

 Qui di seguito l’intero programma della manifestazione:

SABATO 17 OTTOBRE

- 15,00- apertura LIBER con benvenuto.

- 16.30/18.00 – “La parola più importante”, laboratorio artigianal poetico per bambini dai 5 ai 99 anni (necessaria prenotazione), per info clicca QUI.

- 18,30- presentazione mostra del Collettivo “Oltre Collage”.

- 20,00- cena vegan a cura di Tilia Tarrare.

-  20,30 - concerto Banda Putiferio

-  22,00 – concerto Floating Forest

DOMENICA 18 OTTOBRE

- 11- apertura.

- 11,30- “Se mi paghi non vale”, chiacchierata aperta a tutti su autopubblicazione e autoproduzione, con Claudia Vio (Unica Edizioni); intervengono Federico Zenoni (casa ed. Libera e Senza Impegni), Daniele Palmieri (scrittore notturno) ed altri… modera Paolo Triulzi (Ass. Versi Umani).

- 13,00- pranzo vegan a cura di Tilia Tarrare.

– 15.00/18.00 - ”Appuntati una favola”, laboratorio di disegno e favole per bambini dai 4 ai 10 anni (con contributo di 5€ per materiale). Per info clicca QUI.

Incontri estemporanei autogestiti in Sala Teatro:

Ore 15: presentazione del progetto ”Anticopyrightpedia”.

Ore 16: rivista “La Tigre di Carta”, estrazione degli argomenti dall’antico libro cinese dell’I King assieme alla redazione della rivista.

Ore 17,00: edizioni CANDILITA di Giuseppe Aiello, una chiacchierata con Errico Malatesta e Saverio Merlino.

-18,30- visita guidata alla mostra del Collettivo “Oltre Collage”.

-20,00- saluti finali e “Smontaggio collettivo a suon di musica” .
DURANTE I DUE GIORNI:
- Prove di stampa con torchio a mano a cura dell’Officina di Stampa Alternativa di Paolo Cabrini.
- “Crea la tua spilla-libro”, laboratorio a cura di Greta-Pins.
-  Mostra del Collettivo “Oltre Collage”.
- “Una pioggia di libri”, installazione del Laboratorio di Cromografia di Claudio Jaccarino.

- Nell’Atelier Popolare Laboratorio aperto di disegno e produzione visuale LIBERacconti! (collage / foto) verso la narrazione. Coadiuvati da Jazz Manciola, i partecipanti potranno disegnare , fotomontare ed elaborare racconti che verranno poi assemblati e redatti in una fanzine di fine Laboratorio. Il Workshop è ad offerta libera.

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Il PROGRAMMA può contenere tracce di frutta a guscio ed interventi estemporanei che saranno annunciati al momento!

“Dica pure ai suoi che possono spararmi” di Gian Marco Benedetto

obiezione di coscienza allo stato militare Dica pure ai suoi che possono spararmi del nuovo autore anticopyright Gian Marco Benedetto (sottotitolo “obiezione di coscienza allo stato  militare”) non è solo un libro autoprodotto e autorilegabile, ma anche un esperimento di cultura libera per sostenere l’obiezione di coscienza al servizio militare e alla guerra.

Il progetto è nato senza nessun produttore/editore alle spalle, finanziato da una campagna di crowdfunding e completamente indipendente. Il lavoro è stato rilasciato in PDA (Pubblico Dominio Antiscadenza) dallo stesso autore Gian Marco Benedetti e offerto come dono/scambio  perchè la cultura e le informazioni possano circolare liberamente e non servire per fare la guerra. Come le persone nel Mediterraneo.

Penso che il modo migliore di presentarlo sia mostrarne direttamente l’introduzione dell’autore e colgo l’occasione per ringraziarlo sentitamente sia per avere aderito al progetto Anticopyrightpedia che per il bel lavoro fatto.

Il testo è liberamente saricabile dal Forum di Anticopyrightpedia a questo link.

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“Hoşgeldinis!

   Questo libro non ha nessun editore/produttore alle spalle, è stato “finanziato” attraverso una campagna di crowdfunding. Ai donatori, che sono i veri “produttori dal basso” va tutto il mio ringraziamento. La ritengo un’enorme soddisfazione aver lavorato assieme. Senza la vostra spinta questa macchina non sarebbe mai partita, farò del mio meglio perchè questo messaggio arrivi lontano.

   Questo scritto non vuole moraleggiare o indicare scelte auspicabili. E’ figlio di un’esperienza autentica di preferenze personali vissute a cavallo di un peregrinare nella terra turca, tra in novembre 2013 e il dicembre 2014, mentre a sempre più persone veniva impedito l’accesso alla cultura, in cambio dell’ambizione, della carriera, della stima degli eserciti, dell’omologazione, dei fanatismi religiosi e soprattutto della campagna elettorale.

   State per sfogliare “un atto di disobbedienza civile e solidarietà agli obiettori di coscienza al servizio militare e alla guerra” che certamente parla della Turchia perché lì è stato partorito tutto. Ma la Turchia, in realtà, non è altro che un esempio eclatante.

   Vorrei si tenesse presente che lo stato moderno Turco nasce prima della Repubblica italiana, quando il famoso Ataturk fece esplodere una rivoluzione borghese e militare contro lo stato ottomano e contro gli invasori stranieri, con una forte carica anti-slamica e burocratico-militarista, che oggi è ben visibile in molti aspetti della società, incentrata sull’idea che sia lo Stato a dover dire al cittadino cosa fare e non l’opposto, dove chi sta al potere, da oltre un decennio, propone politiche di tipo paternalistico, tanto maggiori quanto esiste percezione che i propri valori siano minacciati. Anche per questo parlavo di esempio eclatante.

   Bisogna ammettere che per la prima volta dopo gli anni ’80, la rotta si è invertita, con il movimento di protesta nato intorno a Gezi park. Sono stati i cittadini a reclamare partecipazione e ad intervenire a difesa dei propri interessi, che sentivano minacciati. Nel passato questi stessi sentimenti venivano espressi da gruppi di potere che si combattevano per l’egemonia.

   E così la storia recente della Turchia è costellata di colpi di stato. Non è mai esistito un maggio francese o un 77 italiano. Solo adesso per la prima volta si reclama la necessità di far cessare la sudditanza a favore dell’impegno e dell’auto-organizzazione.

   Ma non si pensi che sia in atto una rivoluzione, l’idea diffusa é che serva uno “Stato forte”. Le elezioni presidenziali di Agosto non ne sono una prova ma una conferma.

   La centralità dell’elemento statuale si allarga poi alla religione che é stata, soprattutto nei periodi di invasioni e occupazioni, anche un vero e proprio strumento di difesa territoriale e identitaria. In questo senso si é diffusa una cultura della “sicurezza prima di tutto“, come una richiesta di forti istituzioni che sappiano sconfiggere le “minacce” esterne.

   Contro un sistema teso al massimo rigore nell’assolvimento dell’obbligo di leva, che prevede sanzioni penali in caso di rifiuto e senza la possibilità di soluzioni alternative, non si può non accennare alla presunta tutela del diritto internazionale e alla Convenzione dei diritti dell’uomo.

   Bisogna ricordare, infatti, che le decisioni delle corti turche, sono oggetto di numerose critiche da un punto di vista giuridico.

   La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo pronunciandosi nel 2011 con la sentenza della grande camera (1), ha ribaltato una decisione della terza sezione, motivando che lo stato turco non ha adottato all’interno del proprio ordinamento disposizioni rispettose dei principi stabiliti dalla norma che protegge espressamente la libertà di pensiero, coscienza e religione in materia di obiezione di coscienza al servizio militare obbligatorio e ha condannato lo stato turco.

   Parrebbero aprirsi nuove prospettive, ma è effettivamente ció che accade? A cosa, o a chi dovrebbero sentirsi vincolati i giudici turchi? Alla normativa nazionale e alla giurisprudenza interna o ai  precetti internazionali?

   Lo stato turco affonda le proprie radici sul militarismo. Per questo l’approccio di un obiettore di coscienza viene considerato un approccio antisistemico e gli obiettori tacciati di essere sovversivi e la loro condotta di insubordinazione alla nazione.

  Ecco perchè affronterò una serie di questioni, trattate in differenti capitoli, che potrebbero apparire agli occhi del lettore occidentale sconnesse con il titolo di questo volume ma che invece seguono il medesimo filo rosso.

   Cosa c’entra la questione omosessuale? Quella femminile? Quella di kurdi e armeni? La politica di Erdogan e dell’AKP? Perché parlare di genocidio o ancora follia, devianza e amore se si parla di servizio militare obbligato e dell’obiezione di coscienza?

   Tenterò di ripercorrere quanto esposto tenendo anche presente che gli stati europei, tra i quali l’Italia, intrattengono relazioni commerciali, finanziarie e diplomatico-militari con lo stato Turco, che poi condannano con le proprie corti e a cui tendono la mano, vista la sua crescita economica positiva, anche alla luce della sua eventuale e dibattuta adesione all’Unione Europea.

   Si apre la questione della frattura tra diritto e morale, se applicare la legge significhi sempre esercitare la giustizia, tenendo legato l’aspetto etico e quello giuridico, per discutere di un conflitto umano senza tempo.

   Se fossi un attore scenderei dal palcoscenico per sedermi in mezzo al pubblico e scoprire altri punti divista meno gerarchici. Jodorowsky dice che l’ego possiede quattro centri ciascuno dei quali ha il proprio modo di esprimersi: il linguaggio dell’intelletto si concretizza nelle idee, quello del cuore nelle emozioni, quello del sesso nei desideri e quello del corpo nelle azioni.  La saggezza interiore starebbe nel tradurre le lingue differenti di questi centri e far sì che diventino compatibili tra di loro.

   Un famoso slogan antimilitarista recita che l’uomo finisce dove comincia il soldato.

   Tra Uomo e soldato non vedo al momento molte differenze. L’ uomo esegue nella stessa maniera tanti ordini e neanche sa di farlo, si nutre del più debole e uccide gratis.

   Ho deciso di parlare delle scelte politiche e militari per smascherarne gli alibi dietro ai quali si nascondono le guerre. Ho anche provato vergona a seguire le vicende internazionali e leggere i commenti di quanti, per il solo gusto della polemica, seduti comodi sul proprio divano, hanno aperto la bocca per il gusto di riempire lo spazio virtuale con monologhi o teorie, prese in prestito o fatte combaciare con il quotidiano vivere di chi ha perso la dimensione di cosa sia reale eppure si ostina a voler indicare cosa sia normale e giusto e cosa no. A tutti coloro a cui  questa società dello spettacolo ha imprigionato il corpo-mondo in tastiera-like, vanno le mie sentite condolianze, l’unico modo per masturbarvi, separato il corpo dalla mente è nutrire il vostro ego. Avrei preferito anzi il silenzio alle inutili cattiverie gratuite, gridate per il solo gusto di dare aria alla bocca.

   Quale successo avrà questo libro non m’interessa ma mi preoccupa dal momento che nell’occidente democratico, perduta ogni tipo di sovranità, compresa quella intellettuale, quando si vuol far tacere qualcuno, e i soldi non bastano, semplicemente, basta spegnergli il microfono.

  Nel permettermi di affrontare questioni che abbiamo delegato ad “esperti”, sto autopubblicando questo libro, per mancare di rispetto a chi continua a legittimare la cultura “ufficiale”.

   Io non dimentico le profezie sulle “terribili armi segrete di distruzione di massa” di Saddam, mai rinvenute, il fatto che le persone continuino ad ascoltarvi o ad invitarvi ovunque strapagandovi senza che neppure abbiate avuto la decenza o l’onestà di chiedere scusa per le menzogne con cui avete condito il fallimento delle vostre linee politiche e ingrassato l’opinione pubblica.

   Ora, per esempio, mentre correggo l’ultima bozza del libro la questione centrale dei media internazionali è quella del “califfato” dello stato islamico che si va creando tra Iraq e Siria e del suo feroce trattamento dei non-musulmani.

   Papa Francesco rispondendo ai giornalisti durante il suo viaggio aereo di ritorno da Seul, il 19 agosto scorso ha detto che sono le Nazioni Unite il soggetto che va investito della missione di fermare gli “jihadisti”. Strano che tra Iraq, Siria, Iran e Turchia, in un’area  nevralgica, nessuno parli di chi finanzia questa gente, che appare ben provvista di mezzi e militari. A chi giova la destabilizzazione ulteriore di quell’area?

   Una cosa almeno è chiara: il jihadismo, presentato come il grande rischio che l’ Occidente deve oggi affrontare, è sostenuto fondamentalmente da forze vicino-orientali (2) che si presentano come alleate dell’Occidente stesso.  A che gioco stiamo giocando? Davvero pensate che siamo così stupidi da voler continuare a delegare l’ONU, che con il suo immobilismo ci ha regalato l’esito tragico della crisi israelo-palestinese,  che con la sua latitanza ha consentito il brigantaggio americano nelle questioni afghana e irakena?

   Non parlo di complotti, ho solo avuto la fortuna e la costanza di credere in quello che facevo e compagni che mi hanno sostenuto ed aiutato, anche materialmente, facendomi sentire ogni notte  a  casa mia, in ogni letto, divano o materasso in cui ho dormito, in ogni tappeto su cui ho bevuto un çay, nella camera oscura e piena di zanzare, ma soprattutto gente che credeva in quello che  stavo facendo e senza cercare di ostacolarmi o rendermi la vita impossibile, mi accompagnava per la strada segnalandomi sempre la via più breve senza mai impedirmi di prendere quella lunga e non asfaltata.

  Grazie a quelli che mi hanno supportato ma soprattutto sopportato. Grazie per il materiale che è stato sparso in giro.

   In sintesi mi pongo il problema della legittimità del diritto di fronte a scelte dettate non da un’obiezione di comodo ma di coscienza. La risposta la lascio al lettore, pardon… agli Uomini, siateArditi!”

Gian Marco Benedetto

(Dall’ Introduzione al lettore del libro “Dica pure ai suoi che possono spararmi“)

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Note:

(1) Bayatyan c. Armenia, 7 luglio 2011, ric. N. 37334/08;

(2)  gli emirati della penisola araba, la Turchia.

“La scuola anarchica” di Marcello Cobino: 1° ebook anticopyright (all rights renounced) rilasciato in PDA

“Semplicità e chiarezza” nell’esposizione sono il requisito fondamentale per una buona lettura, ma anche un “dovere morale” per ogni intellettuale che vuole comunicare agli altri le proprie idee, come sosteneva Nicola Abbagnano.

Il 1° ebook anticopyright (all rights renounced) rilasciato in PDA da Marcello Cobino intitolato “La scuola anarchica”, con semplicità espositiva e spontaneità, offre a dei lettori attenti e sensibili, la tematica della scolarizzazione e dell’educazione e si propone di individuare in prospettiva le idee-azioni formative per favorire la crescita di una generazione di individui più critici ed aperti alla diversità.

L’uomo ha tentato e tenta tutte le vie possibili per comprendere se stesso, gli altri e il mondo e ad ogni tentativo non riuscito, sosterrà un altro tentativo per rinnovare il lungo cammino della conoscenza di sè ed è proprio il campo dell’educazione il terreno fertile per proporre un cambiamento futuro.

Questo impegno culturale impone una nuova cornice ideologica per ripensare l’esperienza del “fare scuola”. Costretti alla frammentazione del sapere, alla discontinuità e al cambiamento repentino della nostra società, non possiamo più ridurre tutto il percorso della nostra conoscenza alla semplice acquisizione di competenze.

Dobbiamo quindi pensare ad una scuola che educhi attraverso la trasmissione non soltanto delle competenze e dei saperi ma anche delle abilità, nel senso di saper applicare le conoscenze e usare il know how necessario per portare a termine compiti e risolvere problemi. Diventa cruciale educare alla creatività cioè al pensiero risolutore e produttivo: scoprire un modo nuovo di interpretare un problema consueto per inventare qualcosa che prima non c’era. Chi possiede una personalità creativa si distingue sempre per l’apertura, la disponibilità e la libertà nel gestire i propri rapporti emotivi e intellettivi con la realtà in cui vive.

Allora alla domanda “chi educhiamo?” ovviamente rispondiamo “la persona” e cioè un essere unico ed irripetibile, perché chiunque è un individuo unico ed irripetibile e quando si relaziona con la realtà esterna scopre gli altri, gli eventi del presente e del passato: le esperienze tracciate dagli altri appunto.

Arte, storia, letteratura, scienza, tecnica, sono tracciati, percorsi lasciati in dono da altre persone, e sono lì a disposizione per tutti quelli che vogliono conoscerli e diffonderli.

In questo contesto si inserisce il libro di Marcello Cobino, che ci invita a pensare una scuola diversa in una società costruita su valori totalmente condivisi fra le persone e mai canonizzati dall’uso e dall’imposizione esterna. L’intento dell’autore è quello di analizzare i fattori identificativi della pedagogia libertaria, che possano rendere l’educazione svincolata dalla pratica del “dominio” come trasmissione di valori conformi alla cultura istituzionalizzata. Ci parla, cioè, di una scuola basata sulla comunicazione e trasmissione di conoscenze sperimentabili nella pratica quotidiana, legate alle proprie esigenze e coltivando una nuova mentalità critica.

Pensare una scuola diversa vuol dire innanzitutto superare il concetto di “luogo di reclusione” qual è quella attuale, auspicando un ambiente fisico accogliente nella forma e nella struttura, ricco di spazi aperti, naturali, dove le diversità presenti e le differenze di ognuno, contribuiscono a far crescere il luogo stesso e la persona. Solo così la scuola può educare, riconoscendo lo stile cognitivo proprio di ogni studente, lasciando la genericità e la standardizzazione, perché non è pensabile e non è più accettabile una scuola costruita su un modello unico, coercitivo, di studente astratto.

Troppi “drop out” per senso d’inadeguatezza alla scuola sono il sintomo della distanza dai bisogni reali degli studenti. Il cambiamento e il rinnovamento non possono derivare dall’applicazione di decreti e direttive calati dall’alto e imposti dalle norme: lo escludono la natura stessa dei processi di apprendimento che si realizzano nella realtà di dinamiche relazionali assai complesse che dipingono la rete dei rapporti umani. Ogni scuola dovrebbe insomma diventare un cantiere di lavoro con attività sempre nuove e così poter sperimentare giorno per giorno le proprie potenzialità.

Per funzionare l’istituzione scuola si organizza intorno a tre aspetti determinanti la crescita dello studente: comunicazione, socializzazione e apprendimento. Questi tre aspetti non stanno in un rapporto di successione, ma in comunione dialettica e si presentano come fattori-chiave della vita scolastica. A tutti e tre gli aspetti o momenti corrisponde la presenza più o meno pervasiva dell’affettività che è al centro dei processi comunicativi: emozioni, passioni, sensazioni, tensioni e conflitti. Di qui nasce la comunicazione educativa che si svolge sempre nelle sue complesse dinamiche.

La scuola nuova ovviamente si avvale di aspetti non-autoritari e solo depurandola da tali connotazioni, nel rapporto educativo si può attuare una comunicazione lontana da sospetti e resistenze e dal dannosissimo effetto-Pigmalione. In questo modo l’insegnante ristrutturato dai ruoli tecnico-didattico, da etico-civile e da socio-politico deve farsi terapeutico-analitico e cioè un “consigliere” per progettare-gestire-controllare il suo percorso educativo-pedagogico e psicologico. Per superare lo “stare in classe”, l’insegnante dovrà possedere una sensibilità capace di comprendere sé e l’altro e di riprogettarsi continuamente.

Insomma l’insegnante come persona libera, consapevole di sé e del proprio discusso sapere, si mette responsabilmente a disposizione di altrettante persone in crescita, per “orientarle” nella vita e a tutte quelle conoscenze da acquisire in piena libertà!

Rosella Federigi

AUTOPRODUZIONE ANTICOPYRIGHT: LE NUOVE BOTTIGLIE SEMENZAIO

A circa 2 anni di distanza dalla “Guida pratica BIOsCAMBIO n°1: la bottiglia semenzaio”  del 2012, metodo ideato da Domenico Vitiello (alias_mimmo) e Rosella Federigi (esuviana) del GASeS di Pisa, finalmente gli autori pubblicano la nuova versione del metodo delle bottiglie semenzaio  “Guida pratica BIOsCAMBIO n°2: le nuove bottiglie semenzaio” metodo molto migliorato, più efficace e semplice da realizzare.

Quali le sostanziali differenze rispetto al metodo precedente:

1)  Eliminazione dei bicchierini monouso in plastica

Bottiglia semenzaio (piena di terriccio e vuota)

nel nuovo metodo si usano solo e direttamente i vuoti delle bottiglie di plastica ricavando, dalla metà inferiore il serbatoio in cui mettere l’acqua e dalla metà superiore il recipiente che dovrà contenere il terriccio per la semina, che viene inserito nel serbatoio col tappo rivolto verso il basso e su quest’ultimo vengono realizzati alcuni fori con la punta di un chiodo per consentire la risalita capillare dell’acqua;

2) Notevole riduzione dei volumi di acqua per l’irrigazione

L’acqua contenuta nel serbatoio è di soli 300 cc rispetto ai circa 1.200 del metodo precedente, e per ripristinarla basta semplicemente sollevare la metà superiore contenente il terriccio e versare l’acqua da una bottiglia, fino ai 2/3 del serbatoio, in modo da sommergere completamente il tappo. Tra il tappo del collo di bottiglia contenente il terriccio e il fondo del serbatoio, bisogna che rimanga uno spazio di circa 1 cm per permettere sia uno stabile appoggio della parte superiore sulle pareti del serbatoio, che la risalita dell’acqua.

3) Creazione, in fase di ripicchettamento delle piantine, di 4 settori con un semplice foglio di carta ripiegato (metodo origami)

Bottiglia semenzaio con cartoncino creasettori

Dicevamo che i bicchierini monouso in plastica adoperati nel precedente metocdo anche in fase di ripicchettamento sono stati eliminati e le piantine vengono ripicchettate direttamente in altri contenitori adoperando un sistema di settorizzazione del terriccio in 4 alveoli, tramite semplici fogli di carta di cm 20 x 20 (di quella un po’ più rigida) appositamente ripiegati.

4) Creazione di coperture di protezione da uccelli, lumache e insetti vari, ricavandone 2 per ogni bottiglia

 Bottiglie semenzaio con serrette di copertura

Alcune specie ortive appena spuntate dal seme sono subito preda di insetti, uccellini, lumache, ecc, per cui è bene proteggere i germogli nella primissima fase di crescita realizzando delle semplici copertura ad incastro sui vasetti. Da ogni vuoto di bottiglia possono essere realizzate due copertura, una dalla metà inferiore e l’altra dalla metà superiore, sulle quali si ritagliano 2 alette e 4 incastri oltre ai buchi per l’aerazione. In caso di eccessiva condensa di vapore acque sulle pareti interne della copertura si può anche pensare di togliere il tappo e coprire con un pezzettino di retina antinsetto fissata con un semplice elastico).

5) realizzazione dei buchi con chiodo riscaldato per il collegamento in serie delle bottiglie per il ripristino del livello dell’acqua tramite il principio fisico dei vasi comunicanti

Batteria di nuove bottiglie semenzaio collegate tra loro (3 + 1 serbatoio)

Se si possiede buona manualità, uin po’ di pazienza e tempo a disposizione, ma soprattutto se si ha la necessità di fare molte piantine per il trapianto, allora si può anche pensare di realizzare lunghe batterie di bottiglie semenzaio collegate tra loro da tubicini da 8 mm di diametro lasciando, in capofila, un unico serbatoio per ripristinare i livelli di acqua utilizzando il principio fisico dei vasi comunicanti. I fori per l’inserimento del tubicino vengono realizzati “a caldo” con la testa di un chiodo riscaldato sulla fiamma di un fornellino (dev’esserer rovente ma non incandescente), mentre le guarnizioniper la tenuta perfetta dell’acqua vengono fatte avvolgendo più volte (a seconda della necessità) del semplice scotch alle due estremità dei segmenti di tubicino.

Attenzione a riempire tutti i serbatoi a partire dall’unico in capofila e attendendo pazientemente che l’acqua fluisca a tutti gli altri, altrimenti si rischia di creare bolle d’aria all’interno dei tubicini che interromperebbero il passaggio dell’acqua e a tenere il livello dell’acqua appena ad di sopra dei tappi in modo che questi ultimi siano completamente sommersi.

Inutile dire che il nuovo metodo delle bottiglie semenzaio, come il precedente, è stato ideato anche per il riutilizzo dei vuoti delle bottiglie di plastica, funziona a dovere ed  è pubblicato in anticopyright (PDA – Pubblico Dominio Antiscadenza), per cui diffondetelo quanto più potete e perfezionatelo pure (se vi riesce farlo naturalmente -;)) ma non dimenticate di comunicarci eventuali migliorie al metodo.

Clicca qui per il VIDEO NUOVE BOTTIGLIE SEMENZAIO 2014

Il video pubblicato su youtube, della durata di 27:15 min., mostra step by step tutte le fasi per la costruzione delle nuove bottiglie semenzaio ed è suddiviso in 5 parti:

I PARTE: La nuova bottiglia semenzaio (min. 0:14 => 3:29)

II PARTE: Coperture a incastro (min. 3:32 => 9:17)

III PARTE: Divisore in cartoncino (4 settori) (min. 9:18 => 14:47)

IV PARTE: Batteria di bottiglie semenzaio (min. 14:48 => 25:12)

V PARTE: Trapianto in orto (min. 25:14 => 25:45)

Per le musiche che accompagnano il video, abbiamo voluto privilegiare i nostri amici autori, tra i quali Luca Leggero con il suo primo brano anticopyright rilasciato in PDA – Pubblico Dominio Antiscadenza nel 2013 intitolato Something around Prince (as copyright symbol), un pezzo fatto assemblando frammenti di canzoni di Prince, immaginando che i brani musicali utilizzati si liberino e diventino di pubblico dominio. Quindi Marcello Cobino, anch’egli esponente anticopyright, già autore del 1° ebook anticopyright La scuola anarchica, qui in veste di chitarrista dei Soylent Tree con il brano “Enkidu” tratto dall’album Acid Blood del 2011. Infine Papamystic, un utente di BIOsCAMBIO, con i suoi 2 brani “Amara terra mia” e “Tenime assùle stu’pianète”. Apre e chiude il video il bel brano “Children of sound” dei Project Divinity tratto da Dharma Armada del 2009.

Per realizzare il video, ho dovuto trascurare per un po’ le mie piantine che però sapranno certamente perdonarmi… -;)

Sperando di aver fatto cosa utile, io e Rosella auguriamo una buona semina e buona autoproduzione a tutti!

Domenico (alias_mimmo)

Guarda anche l’articolo su GreenMe.it 

Pubblicato il 1° testo AA.VV. anticopyright “DISTANTI/DIVERSI: per una cultura anticopyright”

La copertina del libro

Finalmente è possibile scaricare dalla pagina del Forum Anticopyrightpedia http://www.anticopyrightpedia.org/forum/viewtopic.php?f=16&t=433 il testo del 1° libro anticopyright AA.VV. (all rights renounced) rilasciato in PDA – Pubblico Dominio Antiscadenza e intitolato “DISTANTI/DIVERSI: per una cultura anticopyright“.

Il testo è liberamente scaricabile nei formati PDF, EPUB (ebook per e-reader) e in cartella zippata coi 3 file (testo in ODT + sequenza per la stampa & istruzioni per l’uso + immagine copertina) utili per la rilegatura a mano.

A breve sarà anche possibile consultare la copia cartacea del testo (che verrà inserita in catalogo Bibliotecario Nazionale OPAC) tramite prestito interbibliotecario da qualunque biblioteca pubblica d’Italia. Appena possibile, sarà comunicato il relativo numero di collocazione SBN (Sistema Bibliotecario Nazionale) nella suddetta pagina del Forum Anticopyrightpedia dedicata al testo.

Il libro, che nella versione cartacea (con rilegatura a mano) consiste di 112 pagine, comprende articoli originali di ben 11 autori, tutti aderenti al progetto Anticopyrightpedia e che ringrazio calorosamente per avere accolto il mio appello e contribuito alla realizzazione di questa singolare opera collettiva.

Li cito nell’ordine di apparizione nel testo (che è quello alfabetico):

Altipiani azionanti

Rosella Federigi

Astrid Agius & Gennaro Francione

Francesco Monda

Nudomafelice

Raffaele Puglisi

Gianni Ruggi

Alessandro Scarpellini

Giacomo Verde

Domenico Vitiello

Gli argomenti trattati spaziano dalla politica, alla saggistica, alla scienza, all’arte postmoderna, alla poesia, alla cultura in generale e finanche alla “scrittura scenica” con la pubblicazione del primo testo teatrale anticopyright di Agius & Francione “La lezione d’inglese”.

Naturalmente il libro non è possibile acquistarlo in alcun luogo e mi auguro che sarete in tanti ad autoprodurverlo col metodo FAI DA TE della stampa in casa e  rilegatura a mano: io ho voluto solo dimostrare che con un po’ di impegno (ma neanche tanto) e pochissima spesa è possibile fare anche questo ma, soprattutto, ho voluto chiarire che l’anticopyright della libera cultura passa per l’autoproduzione!

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L’Arte & l’eterno andare del presente

L’articolo è scaricabile in formato PDF dal forum di Anticopyrightpedia cliccando qui

Il poeta mistico persiano Jalāl al-Dīn Rūmī del XIII sec., ebbe ad usare, in una sua poesia, l’espressione “l’immagine non è che un’ombra” evidentemente, riferendosi all’immagine della realtà materiale e nel paragonarla a un’ombra, il poeta ne evidenziava la sua vera natura effimera di inconsistenza, di apparenza, quando non addirittura di inesistenza.

La realtà come forma apparente, non doveva essere solo una convinzione di Jalāl al-Dīn Rūmī ma della maggior parte dei pensatori orientali, che, nel loro intenzionale desiderio di rifuggire la pura esteriorità, puntavano al raggiungimento di uno stato di estasi e di rapporto sublime con il cosmo (armonia cosmica) che doveva avvenire proprio attraverso il distacco dalla realtà per mezzo della pratica ascetica e, nel caso del nostro poeta, della danza Derviscia, essendo egli stesso fondatore della confraternita sufi dei dervisci rotanti; Jalāl al-Dīn Rūmī, per l’appunto cominciò a far parte dei Dervisci dopo che venne a contatto con uno dei loro maggiori maestri spirituali, Shams-i Tabrīz (sole di Tabrīz), innamorandosene perdutamente in una sorta di amore da lui considerato perfetto.

Chi mi conosce sa bene che, pur provenendo dal postmoderno, sono anche un profondo cultore (e stimatore) dei pensieri orientali tanto che la mia concezione di Arte assume un carattere ascetico alla stregua di una qualunque pratica di misticismo orientale, che, a mio avviso, è insita e si riassume nella genetica stessa del postmoderno, proprio come il fenomeno della luce bianca così ben descritto dalla fisica ottica è sorprendentemente affine a quello del fondo bianco delle rappresentazioni Taoiste, Buddiste o Zen. Nel primo caso la luce bianca non è che la somma di tutti gli altri colori dello spettro elettromagnetico del visibile (vedi l’effetto arcobaleno della luce del sole che si rifrange sulle sottili goccioline d’acqua ancora presenti nell’aria subito dopo una pioggia), mentre nel secondo caso, i mistici orientali concepivano e usavano di regola il fondo bianco nelle loro rappresentazioni iconografiche perché ritenevano (e ritengono) che il bianco rappresenti quella condizione di vuoto creativo (Wu), in cui sono contenuti, in forma potenziale, tutti i possibili segni (intesi anche come colori): il vuoto che dunque non è il nulla (il nulla non esiste) come idea di pienezza da cui ne discende che il cuore (cioè l’Arte) è puro come il vuoto.

Altra cosa, se non dire l’opposto, è invece il contrasto del bianco e del nero nell’arte occidentale dato dall’effetto del chiaroscuro, sia nel bicromatismo che nell’ampia gamma delle tonalità di colori, chiaroscuro usato come tecnica per l’evidenziazione e lo sviluppo dei contorni spaziali e le varie tonalità delle forme reali…

Il mio amico pittore Maurizio Governatori, nonostante sia risaputo che le sue idee non collimino esattamente con le mie circa la visione dell’arte occidentale contemporanea, tuttavia ebbe ad usare in un suo scritto una bella espressione che merita essere riportata testualmente:

Non ho mai pensato all’arte come a una successione temporale, una progressione espressiva, ma a una spirale che si distende senza perdere di vista i contorni più antichi, il centro; la vera arte è sempre contemporanea, continua a trasmettere tutta la sua ricchezza, e rinnovare la sua visione.

Una definizione, questa sua, dell’arte contemporanea, molto condivisibile e senza andare a vedere i numerosi retroscena e risvolti che si celano dietro di essa e che hanno molto a che fare con l’arte orientale in generale, mi soffermerò solo sull’immagine della spirale citata nel descrivere l’evolversi dell’arte come quel dipanarsi sempre intorno al suo fulcro della conoscenza pregressa e dell’antico.

La forma della spirale, contiene in sé una forte componente di mistero, se la riferiamo, ad esempio, alla concezione ciclica del tempo, una ciclicità molto particolare e che, in pratica, racchiude il senso della vita. Per la sua particolare circolarità, la spirale ci lascia immaginare un moto perpetuo che tuttavia è destinato alla diversità, e che, pertanto, non può mai essere “eterno ritorno” nietzschiano, bensì “eterno andare del presente” in un percorso di assoluta “irripetibilità”, che si autoalimenta (ciclo dell’esistenza vita/morte) incessantemente identificandosi e concretizzandosi, indefinitamente, nella distintività dei corpi naturali e cosmici (come galassie, DNA, crescita delle piante, l’implosione dell’acqua di Viktor Schauberger, ecc.). Ma non si tratta certo dello “spirito infinito” Hegeliano che rappresenta ancora il pensiero e la razionalità, bensì di qualcosa di veramente altro e altro da sé proprio in quanto impensabile e intangibile; quell’intima essenza che si nasconde nel fluire delle relazioni e che si rivela intuitivamente in frazioni nanometriche di tempo attraverso istanti di fuggevoli percezioni che, tuttavia, ci infondono di pienezza e di vita: questo è quello che io chiamo Arte e che, detto in termini spirituali lo paragonerei col cammino del Tao o con la pratica meditativa dello Zen.

Anche Auroville, per dire, la famosa utopia reale nel sud dell’India, si sviluppa lungo una spirale per espresso volere dei suoi fondatori (la Madre e Aurobindo) e rappresenta l’unica esperienza di modello sociale alternativo (ecovillaggio) veramente riuscito, basato non più sul denaro ma sulla condivisione collettiva dei beni e sulla solidarietà degli abitanti, alla maniera, ma direi meglio della stessa Cuba.

Ritornando alla filosofia Zen e al Tao, la condizione di “vuoto” è essenziale per potere continuare a riempirci delle cose della vita: per inspirare aria nuova dobbiamo espirare tutta l’aria che avevamo immagazzinato e per potere mostrarsi la stessa luce del visibile deve attraversare uno spazio vuoto prima di essere assorbita e/o rifratta dalle superfici ritornando agli spazi vuoti. Il vuoto dunque non è il nulla della nostra visione aristotelica (vuoto = nulla). Il nulla per gli orientali non esiste ed il vuoto si riempie sempre di quel qualcosa che genera la “qualità” della vita che in parte ne è anche l’essenza.

Anche in fisica quantica, come conseguenza del principio di indeterminazione di Heisenberg, le particelle di materia, descritte come oscillazioni di campo, vengono generate da incessanti fluttuazioni energetiche invisibili (le cosiddette “particelle virtuali”) che avvengono nel vuoto quantistico e che non di vero e proprio vuoto si tratta, ma di un’altra entità fisica dinamica capace, come per incanto, di generare materia. Allo stesso modo è stato accertato con calcoli matematici che l’universo contiene per la quasi totalità “materia oscura”, una materia con tanto di massa e in grado di schermare e deviare la luce pur non essendo visibile; l’universo visibile rappresentato dalle galassie di stelle ed dai pianeti sono dunque solo la minima parte della materia che esiste nell’universo e che è in pratica quella che riusciamo a vedere con i nostri sensi e a percepire con gli strumenti scientifici. La maggior parte della nostra realtà è “invisibile” non solo ai nostri occhi ma anche agli strumenti scientifici che possono solo dimostrarne l’esistenza in modo indiretto (vedi tutti gli esperimenti nella ricerca di base della fisica in acceleratori di particelle) e i mistici orientali, intuitivamente, già possedevano queste conoscenze!

Maurizio Cattelan, per tanti (me compreso) icona negativa dell’arte contemporanea, immagino che conosca bene questi concetti filosofici del pensiero orientale, dai quali, probabilmente, prendeva spunto mentre dichiarava in una sua intervista:

È il vuoto che mi concentra e mi dà delle idee

Considerato il suo tipo di vissuto, il suo particolare carattere personale (non di personaggio) e il suo modo alquanto singolare di relazionarsi col mondo, al di là del sensazionalismo e dello sfruttamento del sistema economico che è pure alla base del suo impegno, ho motivo di pensare che il suo modo di vivere l’arte è, tuttavia, in forma profonda e meditativa. Anche se le sue opere valgono scandalosamente milioni di dollari e anche se lui si è prestato a questo insulso gioco di mercato dell’arte, tuttavia, chi lo conosce sa che vive con pochi soldi (egli stesso l’ha dichiarato), gira in bicicletta e veste con poco: in definitiva non ha modificato il suo basso tenore di vita e la notorietà sembra scivolargli addosso…come fosse solo il lato più viscido di sé.

Ritengo che Cattelan abbia le prerogative di artista per la sua sensibilità di uomo e per come ha vissuto e vive (almeno stando a quanto ha dichiarato nelle interviste), mentre come artista mediatico quale dice di essere, valga poco e nulla e le sue opere, di fatto sono solo futili provocazioni, apparentemente a sfondo politico ed in pratica solo un escamotage per dare sfogo al proprio individualismo e per produrre denaro, ma non certo senza lavorare (come avrebbe voluto) perché è talmente oberato dal lavoro da aver dichiarato di voler smettere.

In definitiva Cattelan è artista come uomo laddove magari non sa neanche di esserlo, ed è un semplice sfruttatore dei media, uno dei tanti, quando illude e si illude di produrre opere d’arte da trovate che sono del tutto infantili e, solo per questo motivo, da grande pubblico.

Per quanti invece ritengono che Cattelan sia solo un insensibile opportunista ed ignorante in fatto di arte, faccio notare invece che è dotato di una certa conoscenza e sensibilità per l’arte pittorica perché uno dei suoi primi post del suo blog (su sito gratuito) risalente al 29/12/2006 e quindi quando era già molto famoso, è dedicato, nientemeno che a Pietro Annigoni anche se di fatti l’articolo non è stato scritto di suo pugno, ma lo aveva copiato da una pagina del sito museum.com scritta agli inizi del 2001 in occasione della mostra dal 17.03.2001 – 24.06.2001 al Panorama Museum, Germany, Bad Frankenhausen e la pagina è questa. Solo il mese prima, nel novembre del 2006, aveva pubblicato sulla figura di Tiziano Terzani. Questo solo per dire che non bisogna lasciarsi ingannare dalle apparenze (per dirla alla Jalāl al-Dīn Rūmī).

Molti dei cosiddetti artisti politicizzati, sostengono tuttavia che l’arte contemporanea sia solo un affare commerciale generatrice di un “mercato delle idee” e che non abbia più niente a che vedere col lavoro manuale convinti che quest’ultimo, inteso come capacità e bravura a loro volta derivanti dallo studio, sia una caratteristica della buona arte dedita alla bellezza… Considerano cioè questa forma di arte (l’arte contemporanea) alla stessa stregua di una “rendita” un reddito illegittimo, prodotto senza lavoro manuale e quindi pura speculazione economica.

Ma la vera arte contemporanea non è certo un mestiere e pertanto non può avere un mercato, anche perché non necessariamente produce beni per essere essenzialmente un agire oltre la forma e spesso oltre la dimensione spazio-temporale per una percezione sequenziale di istanti, sempre e comunque.

Volendo comunque ragionare alla maniera dei suddetti “artisti politicizzati”, per scongiurare una speculazione commerciale su un falso lavoro come si pensa che sia l’arte contemporanea, a mio modesto avviso non è sufficiente garantirsi la provenienza dell’oggetto prodotto (in questo caso artistico) dal “lavoro manuale”, perché in un libero mercato il prezzo lo decide il mercato stesso nel rapporto domanda/offerta.

Per intenderci, non è Maurizio Cattelan a stabilire il prezzo milionario delle sue opere (anche se lui ora si troverebbe, data la notorietà, in condizioni di poterlo esigere) bensì è l’insieme degli acquirenti-investitori disposti a sborsare milioni di dollari per acquistare una sua opera magari interagendo tra loro in una vera e propria asta: il problema esiste cioè all’origine del sistema mercato che permette il generarsi ed il perpetrarsi di tale speculazione.

Tanto per fare un esempio, un qualunque pittore, nell’atto di vendere un proprio quadro (ma questo vale per tutti gli altri beni economici), propone un proprio prezzo (es. mille euro), ma se poi nessuno è disposto a comprarlo a quel prezzo di fatti il quadro non lo venderà, oppure se lo vorrà proprio vendere dovrà essere disposto a ritoccarne il prezzo a ribasso finché non troverà un potenziale acquirente interessato al suo quadro e disposto a comprarlo.

Allo stesso modo, essere contro quella che è stata definita usura dell’arte contemporanea, significa certamente dissentire sulle attuali speculazioni delle opere d’arte di Cattelan e di quelli come lui, ma, al tempo stesso, ciò comporta l’accettazione passiva dell’idea che un’opera d’arte debba essere comunque assimilata ad altri beni commerciali e quindi vendibile anche se ad un prezzo adeguato.
E proprio quanto detto sembra essere nelle intenzioni e negli obiettivi del movimento “arte decrescita” di Maurizio Pallante.

Benissimo, dico io: ma in condizioni di mercato libero chi e come si fa a stabilire un prezzo giusto o equo se in regime di libero mercato è sempre il rapporto offerta/domanda a decidere i prezzi e le sorti delle vendite?! In tali condizioni ci saranno sempre opere molto richieste dei cosiddetti famosi o più richiesti sul mercato, il cui prezzo salirà alle stelle, a meno che non si ponga un limite massimo di prezzo, ma allora in tal caso non saremmo più in un mercato libero ma controllato o monopolistico.

Coloro che aderiscono al movimento “arte decrescita” di Pallante combattono le speculazioni del mercato dell’arte contemporanea, pur ammettendo lecito il mercato dell’arte in generale: associano la speculazione al binomio novità/obsolescenza quali elementi tipici del mercato industriale e del consumismo, dando però per scontato la legittimità del mercato anche nell’arte, senza chiedersi se sia una cosa giusta e lecita e soprattutto senza riuscire a dire come si potrebbe realizzare, nei fatti, una decrescita felice dell’arte e in cosa consisterebbe in realtà.

Non potendo controllare il libero mercato, in linea teorica, il movimento “arte decrescita” potrebbe avanzare, come proposta fattiva, la realizzazione di un listino prezzi solo per le opere degli aderenti al progetto, con variazioni di prezzo delle opere oscillanti da un minimo ad un massimo prestabilito e non oltre.

Però una proposta del genere genererebbe subito il malcontento tra gli stessi aderenti alla decrescita per via delle seguenti problematiche:

a) in base a quali criteri si andrebbe a stabilire il valore commerciale di un’opera d’arte, trattandosi di valutare dei contenuti?
b) quanti artisti, pur aderenti al movimento della “arte decrescita” sarebbero veramente disposti a rinunciare all’idea di far liberamente lievitare il prezzo di mercato delle proprie opere nel diventare celebri?

Sono stati proprio questi tra i principali motivi ad avermi indotto, in passato, ad elaborare la mia proposta dell’anticopyright e del PDA – Pubblico Dominio Antiscadenza nel combattere l’idea di una proprietà intellettuale delle produzioni dell’ingegno, ivi comprese quelle artistiche.

Ho ragionato cioè in termini di utilità pratica dell’oggetto prodotto ai fini della commerciabilità dello stesso: se questa utilità pratica esiste allora l’oggetto è commerciabile, e quindi di conseguenza, riferendoci all’arte, si tratta di un prodotto di artigianato artistico finalizzato all’esercizio del mestiere e alla vendita, altrimenti, tutto ciò che è un mero prodotto artistico, con valenza esclusivamente culturale, non può avere un valore commerciale di merce se non a quelle determinate condizioni in cui non si pregiudichi la sostanza del contenuto culturale stesso trasformandolo in merce.

Su tale assunto si fonda dunque la mia idea dell’anticopyright nell’arte e nella cultura in generale, proprio perché, a mio modesto avviso, le opere d’arte, in quanto non posseggono una diretta utilità pratica (diretta nel senso di manifesta), è evidente che non possono essere considerate una merce o beni commerciabili.

Tale principio alla base della mia idea di anticopyright si esplica attraverso il rifiuto e la rinuncia volontaria alla proprietà intellettuale, quest’ultima ritenuta quell’istituto responsabile della tutela dell’intero sistema di profitto economico delle opere dell’ingegno della nostra società mediatica.

Il lavoro intellettuale (quindi anche l’arte) a mio avviso non è e non può essere un vero e proprio lavoro o mestiere dir si voglia, bensì un impegno sociale o, se si vuole, un servizio sociale e solo in quanto tale (cioè servizio) potrebbe essere remunerato: tale impegno genera cultura, mentre viceversa l’artigianato (compreso quello artistico) ed il lavoro manuale in generale sono tesi a produrre oggetti di utilità quotidiana e dunque vendibili, commerciabili, laddove la vendita serve a remunerare in primis il costo dei materiali e il tempo di produzione che ha sostenuto il produttore e in secundis quella frazione di utilità che l’oggetto in sé produce ed il cui valore monetario va a coprire e che in definitiva, in termini commerciali, rappresenta il vero profitto del produttore del cosiddetto “valore aggiunto”, una volta sottratti i costi di produzione.

Pur ragionando in tal senso, tuttavia, non si arriva a scongiurare il rischio di speculazione e di arricchimento in generale, ma almeno non lo si fa alle spalle della produzione intellettuale, che, secondo me rappresenta un reato contro l’umanità!

Anche io, come altri hanno fatto, ho letto il libro di Pallante intitolato “Sono io che non capisco” gentilmente prestatomi da un caro amico: a dire il vero avrei preferito downloadarlo in formato elettronico gratuitamente dalla rete, ma purtroppo il testo è coperto da full-copyright ed è proprio il caso di dire, parafrasando il titolo, che sono io che non capisco come mai, nell’affrontare un tale argomento, poi si possa incappare in una simile “gaffe” (almeno mi auguro che sia tale e che non sia un fatto voluto) nel non essersi neanche preoccupato di rilasciare il testo (ma anche gli altri libri della sua editoria) in rete sotto licenza di permesso d’autore: per la serie “fate quel che dico ma non quel che faccio!”

Ebbene, pur stimando valido tutto il lavoro di Pallante di critica al sistema economico capitalistico, al concetto di PIL e allo sviluppo industriale indefinito della diabolica equazione innovazione/obsolescenza = progresso, in favore, invece, di un nuovo stile di vita basato sulla sobrietà e l’ecologia come vera forma di progresso e di benessere per l’uomo (la sua idea di decrescita felice è stata illuminante e rivoluzionaria per le nuove generazioni, oserei dire quasi quanto lo è stato il marxismo in passato per la mia generazione), tuttavia la sua decrescita felice, presa in sé nel fare i conti col nostro sistema strutturale socio-politico-economico, possiede in nuce gli stessi germi del fallimento del marxismo perché essa è destinata a perire per la strumentalizzazione imperante e costante che lo stesso sistema esercita nei suoi confronti cambiandone i connotati a tal punto da vanificarne la realizzazione, facendolo rientrare in una sorta di modello di città sostenibile scaturito anch’esso dal movimento di protesta di origine inglese del transition towns). Il libro di Pallante è valido dal punto di vista dell’analisi critico-politica, ma inconcludente dal punto di vista propositivo e addirittura reazionario quando si cerca di ricondurre la nobile arte dell’avanguardia al solo contemporaneo mercificato di un sistema ormai corrotto e ridotto solo a tale.

Maurizio Pallante, estende le sue critiche politiche riguardo al sistema commerciale dell’arte contemporanea affrontandola esclusivamente dal punto di vista politico e ignorando volutamente l’importanza e tutte le ragioni storico-culturali (ivi comprese le istanze politiche) che hanno portato alla nascita dei primi movimenti di avanguardia nel mondo dell’arte, ma evidentemente questa analisi può permettersela solo perché egli non è un artista.

Personalmente per artista, avanguardista o meno, intendo chiunque si accinga a esplorare in se stesso o attraverso di sé, i vari livelli della conoscenza intuitiva mediandola con le effimere e illusorie, ma pur necessarie, percezioni della realtà esterna, alla ricerca di uno stato di consapevolezza che riassuma l’essenza caratterizzante l’eternale ciclo di vita/morte in una dimensione personale che è poi riscontrabile in quella degli altri (viventi e non) in una sorta di identificazione del tutto (complessivo) nell’uno (singolo o singola cosa) = “tutt’uno“. La politica, le relazioni, le produzioni, non sono sono dunque il fine di questo percorso ma semmai solo un mezzo (così come lo è, ad esempio, lo stesso mio anticopyright della rinuncia dei diritti d’autore, che intende liberare i contenuti artistico/culturali alla propria origine e destino); ed è proprio il “mezzo” (il percorso inteso come cammino) che, al tempo stesso, accoglie in sè le istanze e le caratteristiche di “fine ultimo“.

Essendo io un libertario e, ritornando al paragone che ho fatto della decrescita felice con l’idea del marxismo, sono portato a fare la parte, per così dire di Bakunin, nel sostenere che la decrescita felice non possa essere realizzata in un contesto urbano metropolitano, perché si correrebbe solo il rischio di un’operazione di “restailing” e di recupero di un’idea di città e quindi di economia, che sono, da tutti i punti di vista, fallimentari come modello di sviluppo.

Ed ecco perché io propugno, come alternativa, per una vera concretizzazione di un efficace modello di decrescita felice, il nuovo stile di vita dell’autoproduzione e dell’autocostruzione per l’autosostentamento sia separatamente a livello individuale e/o familiare, che a livello collettivo nelle realtà alternative alle città degli ecovillaggi: entrambe queste realtà anelano ad uno sviluppo limitato e sostenibile, a misura di uomo-natura e a partire dallo sfruttamento delle fonti energetiche rinnovabili.

Solo se proposta in tal senso la decrescita felice, a mio avviso, ha modo e senso di compiersi, altrimenti diventa solo una ennesima trovata pubblicitaria della società del consumo consapevole dei GAS (gruppi di acquisto solidale) o quell’escamotage per apparire più sostenibili ed ecologici in un contesto del tutto contraddittorio e innaturale (stavo per dire disumano, ma sarebbe peccare di umanesimo nel dare troppa importanza all’uomo che rappresenta solo una piccola componente della natura ed una goccia nell’universo).

Ma torniamo ancora per un attimo ad analizzare le ragioni che mi hanno spinto a promuovere l’anticopyright dell’all rights renounced nell’arte e vi prego di seguirmi ancora per un po’ nel discorso…

Un tempo che fu, prima dell’avvento dell’industrializzazione, la merce in generale veniva prodotta dagli artigiani e l’oggetto adempiva sempre a una funzione di utensile in quanto di ““utilità” pratica” e questo è continuato anche con la prima industrializzazione, dove, tutto sommato, il prodotto era ancora di tipo artigianale, finché con l’avvento delle nuove tecnologie e dei mass media, qualche astuto imprenditore non ha capito che, attraverso l’uso dei media (pubblicità) sarebbe stato possibile creare dei falsi bisogni per l’uomo consumista (quindi libero di possedere ogni merce) al quale, in questo modo, si sarebbe potuta vendere tranquillamente anche merce senza alcuna utilità diretta: questo stesso principio è stato poi, per traslato, trasferito nell’arte, intesa come quel campo di interesse che non produce una diretta utilità, facendo in modo che a certi oggetti dell’artigianato definiti artistici (quadro, scultura, ecc.) si operasse in questo modo una sorta di dematerializzazione dell’oggetto (artistico), elevandolo ad opera d’arte nel creare quel plusvalore di cui si è parlato all’inizio e riuscendo a far lievitare il prezzo dell’oggetto stesso fino alle stelle.

Il nuovo oggetto decontestualizzato, quindi, pur non rappresentando un bisogno primario perché privato della sua diretta utilità, con questa semplice e unica operazione, diventava tuttavia costoso e necessario: diventava cioé l’opera d’arte! E questa è infatti la tendenza della nuova industrializzazione che ha ormai inglobato cultura (quale è anche l’arte e la produzione intellettuale in genere) e servizi sociali nei valori commerciali.

Faccio 2 esempi, tanto per rendere più chiaro il concetto: il primo è sul “libro” e poi sul “quadro di pittura”.

a) Il libro.

Fisicamente il libro è un oggetto, un utensile per la lettura, cioè il libro in sé come manufatto col suo particolare tipo di carta, di copertina, di rilegatura, ecc. che tuttavia include anche una produzione intellettuale rappresentata dal suo contenuto scritto.

- Domanda: quale è dunque l’utilità diretta di un libro?
- Risposta: il passatempo per la lettura, cioé il tempo piacevolmente impiegato per la sua lettura e che è relativo al numero di pagine da leggere.

Il libro dunque è un oggetto artigianale (oggi industriale) e pertanto commercializzabile, laddove, col prezzo di vendita, si retribuiscono il costo dei materiali e il profitto rappresentato dall’utilità della lettura. Badate bene però che abbiamo retribuito l’utilità del tempo che piacevolmente si dedica alla lettura non che abbiamo certo pagato le idee esposte nel libro dall’autore, che invece, essendo una produzione intellettuale sono culturali o artistiche, patrimonio di tutti e in quanto tale, non sono remunerabili perché le idee, in quanto cultura o arte, non sono in vendita o meglio, non dovrebbero essere in vendita: chi esalta il valore commerciale del contenuto di un libro elevandolo a particolare pregio e servendosi di ciò come discriminante per aumentarne il prezzo, in pratica sta strumentalizzando la cultura facendovi una speculazione economica considerando anche il contenuto come merce! E’ solo così facendo, che in modo sbagliato, il libro di un autore può valere molto più di un altro!

b) Il quadro di pittura.

Così come il libro, anche il quadro in sé contiene una utilità diretta che sarebbe quella di essere un oggetto di arredo, costituito dalla cornice, dalla tela e così come un libro ha anche un contenuto, che ne rappresenta la sua parte artistica di produzione intellettuale. Ebbene non credo di fare un’eresia nel sostenere che il prezzo di un quadro dovrebbe remunerare solo il costo dei materiali (cornice, tela, colori) + la sua utilità pratica che, grazie anche in virtù del suo contenuto, consiste nel coprire o abbellire, o se volete di rendere più piacevole, una zona più o meno ampia di una parete di casa!
In genere il contenuto di un quadro è come il contenuto di un libro laddove, allo stesso modo, non è certo lecito aggiungere nel prezzo del manufatto il valore artistico dell’opera che in quanto fatto culturale è incommerciabile e incommensurabile.
Quindi il quadro non sarebbe in pratica un’opera d’arte se non relativamente al suo contenuto che espone e che non è dunque merce e che quindi, in quanto tale, non può avere un valore commerciale definibile artistico: è dal punto di vista commerciale un oggetto di design, di arredo per la casa, che rientra sicuramente in una categoria di prezzo di vendita nel ricoprire una sua utilità pratica come tutti gli altri oggetti di arredo, utilità che è senz’altro relazionata al contenuto della sua raffigurazione, ma giammai quest’ultimo, essendo un valore artistico-culturale, dovrà prendere parte al valore commerciale influenzandone il prezzo.

E nel sostenere ciò intendo anche sfatare un falso mito che si è creato su un clamoroso equivoco che invece ci ha ben chiarito tutta l’arte dell’avanguardia sin dal suo nascere:

l’opera d’arte non è e non può mai essere incarnata da un oggetto perché essa consiste nell’agire, che è la forma di essenza per l’artista.

L’oggetto, se e quando si concretizza, è solo in conseguenza dell’agire e colui che lo erge a fine e scopo sublime dell’arte vuol dire che non ha capito il senso dell’intera avanguardia oppure sta volutamente cercando di trarre profitto economico nel considerare il prodotto artistico una comune merce.

Dunque, come dicevo, tutta l’esperienza dell’avanguardia ci ha insegnato che l’opera d’arte, se mai esiste, consiste solo nell’agire del suo autore (vedi performance e/o happening) e il cosiddetto prodotto artistico è solo una conseguenza transitoria, estemporanea della sua ricerca e che, in parte, è destinata a materializzarsi in cosa e di conseguenza, erroneamente, in merce!

Molto spesso tale materializzazione dell’idea, rappresentata dal particolare oggetto sia esso figurativo, volumetrico o altro, potrebbe fungere, nella peggiore delle ipotesi, da scarto, da rifiuto (magari da riciclare o da correggere – vedi i pittori che hanno ridipinto i quadri su loro precedenti opere) e nella migliore delle ipotesi rappresenta solo un’approssimazione di un’elaborazione mentale, che di per sé essendo un’operazione di ricerca di base, dell’assoluto, dell’essenziale, ha carattere di indefinibilità sia dal punto di vista temporale che spaziale, non avendo spesso corrispondenza nella vita reale.

In alcun caso un’opera d’arte può essere intesa merce, così come in nessun caso l’amore può essere prostituzione.

L’arte sostanzialmente, come sosteneva lo stesso Duchamp che per primo ha sentito l’esigenza di affrontare tale questione, è un modus vivendi, la vita profonda e parallela di un uomo (l’artista) che data la sua ipersensibilità è teso ad esplorare realtà inconsistenti o se volete quel lato intangibile della realtà apparente, di fronte alla quale l’artista, in quanto esploratore di incognite, non sentendosi appagato, è disposto ad avventurarsi.

Quegli artisti che dichiarano apertamente di produrre opere di valore commerciale come risultato della propria ricerca rivolta al bello estetico, sono in realtà dei semplici designers e non certo artisti e al contrario di quest’ultimi, privilegiano l’azione del perenne movimento mentale come forma di un “sentire” rappresentabile con la forma: l’artista non vede con la mente ma sente col cuore, non agisce per intelletto ma di impulso, per intuito, non si ferma all’evidenza ma esplora l’invisibile indagando se stesso come altro da sé.

Il valore dell’opera d’arte è, in definitiva, ravvisata nell’artista stesso in quanto scienziato e ricercatore (estetico) e qui veniamo a sfatare anche l’altro falso mito dell’esistenza di un pubblico di spettatori quali fruitori dell’arte: non esiste altro fruitore dell’arte al di fuori del soggetto stesso che agisce. Il cosiddetto spettatore inteso come esclusivo fruitore dell’opera non ha alcun significato, a meno che questi non sia capace di interfacciarsi con l’autore con lo stesso spirito e sensibilità e relazionandosi con lo stesso luogo dell’agire ne riesce a cogliere buona parte della spinta emotiva che ne è alla base, ma questo tipo di spettatore, si capisce bene che può essere solo un altro artista. Quel pubblico che dice di apprezzare l’opera d’arte e che è solo pronto a gettarsi sul prodotto in veste di acquirente per possederne la proprietà fisica e intellettuale, non rappresenta e non ha mai rappresentato nulla per il vero artista, perché insignificante e ininfluente per il proprio percorso di indagine.

L’opera si è ritrasformata in un feticcio e dunque in merce privilegiata proprio perché ha perso quel valore primigenio e sostanziale che legava l’operato all’operare dell’autore, acquisendo altri e nuovi significati che tuttavia hanno poco senso e lasciano il tempo che trovano, anche quando si cerca pedissequamente di rilevarne le intenzioni dell’autore…

Tutta l’esperienza dell’avanguardia storica, dicevo, sin a partire dai primi del secolo scorso dai futuristi, i surrealisti e i dadaisti, non si fonderebbe più (si noti l’uso del condizionale) sulla creazione dell’oggetto artistico, bensì avrebbe spostato, da lì in avanti, l’asse di interesse su quelle che sono invece le prerogative e l’esigenza dell’agire dell’autore (arte concettuale) dissacrando l’oggetto artistico come opera d’arte in sé considerato nella sua compiutezza.

Uno dei primi sostenitori di questa nuova visione dell’arte dell’avanguardia, che rappresentava l’inizio dell’arte concettuale, dicevo precedentemente, è stato proprio Marcel Duchamp il quale, nel rifiutare l’arte classica da lui definita retinica e olfattiva (olfattiva per l’odore di trementina che ne derivava) concepiva l’Arte quindi come un “modus vivendi” per cui l’opera d’arte doveva diventare la vita stessa dell’artista.

In un’intervista alla BBC del 1968, Marcel Duchamp dichiarò:

Non è per me molto importante che cosa effettivamente sia un’opera d’arte. Non m’importa della parola arte: è stata così screditata! Sì, anch’io ho deliberatamente contribuito a screditarla. Io volevo liberarmene. Proprio come molte persone oggi si sono liberate della religione.

Duchamp intendeva dire: sto sperimentando una forma d’arte che rinneghi tutte le caratteristiche che, si ritiene comunemente, l’arte debba avere. Vorrei far capire che ciò che costituisce la sostanza dell’opera d’arte risiede altrove.

Ma questi innovatori avevano fatto però i conti senza l’oste, perché il sistema capitalistico-industriale, che aveva nel frattempo, in quanto novità, ispirato creativamente molti di loro (vedi i futuristi), li avrebbe però da lì a poco risucchiati, riconsacrando anche le loro opere in divenire a nuovo feticcio, proprio quello che in realtà avrebbe dovuto rappresentare la cosa più insignificante, solo la traccia del gesto compiuto, lo scarto visivo, quello che restava cioé del movimento vitale e creativo dell’artista generando da esso il nuovo oggetto-artistico-simulacro (merce) per l’odioso e deplorevole mercato dell’arte contemporanea, con i suoi professionisti di critici e galleristi; a questo mercato, ovviamente, hanno aderito e contribuito solo quelli che io chiamo “artigiani dell’arte” o come, per altri versi, Bonito Oliva li avrebbe definiti “artieri” e che non sono di certo autentici artisti d’avanguardia semplicemente perché, se lo fossero, non finalizzerebbero mai l’agire dell’artista al prodotto o all’elaborato dell’oggetto artistico, per quanto estemporaneo ed etereo, come vera opera d’arte.

In definitiva sono perfettamente d’accordo con quelli che criticano e sparano a zero su questa visione commerciale dell’arte contemporanea, pur però ritenendo valide le ragioni dell’avanguardia e la direzione verso l’arte concettuale: l’arte concettuale non è un inquadrare, commentare, analizzare o giustificare l’oggetto artistico a parole, come oggi fanno i critici ed i cultori della storia dell’arte, bensì è una dimensione profonda dell’ arte vissuta costantemente in prima persona dall’artista in completa interiorità ed empatia principalmente verso se stesso.

Per concludere, a scanso di equivoci, ritengo anche valide le istanze da parte di quell’artigianato definito da alcuni “artistico“, che è sempre artigianato e dunque non è Arte, sviluppatosi intorno alle pratiche della pittura, disegno, scultura, audio-video, ecc. ed esercitate come puro mestiere e per le quali si addice e si auspica una scuola apposita (l’Accademia o la Bottega dell’arte), pratiche finalizzate alla composizione a “regola d’arte” del manufatto artigianale (artistico) e alla sua conseguente protezione col copyright come prerogativa per la sua vendita.

Altipiani azionanti

Il PDA per l’anticopyright della rinuncia ai diritti d’autore

 

L’intero articolo di Altipiani azionanti, pubblicato sul periodico anarchico “NUMERO UNICO” N°2 del Luglio 2013, è scaricabile in formato PDF dal forum di Anticopyrightpedia cliccando qui

 

L’anticopyright per far circolare gratis la cultura

 

Si è svolto a Pisa il 1° evento anticopyright del PDA

Sabato 22/giugno si è regolarmente svolto l’evento DISTANTI / DIVERSI: per una cultura anticopyright” organizzato da IL IA’ JOLIE presso la SMSbiblio di Pisa, alla presenza di un pubblico non molto vasto ma scelto, composto per lo più da artisti ed autori, informati dal “tam tam” di questi ultimi giorni sull’approssimarsi dell’evento nel cyberspazio del web.

I diversi autori che hanno aderito al progetto Anticopyrightpedia partecipando alla manifestazione anticopyright, hanno presentato ciascuno la propria opera rilasciata in PDA – Pubblico Dominio Antiscadenza (all rights renounced) mostrando un profondo spirito di condivisione e partecipazione.

Dell’evento è stata realizzata una registrazione video di poco più di un’ora che è scaricabile gratuitamente, così come tutte le altre opere, dal Forum Anticopyrightpedia ed è anche visibile sul relativo canale youtube.

La manifestazione ha esordito con dimostrazione della rilegatura in diretta del 1° libro anticopyright AA.VV. rilasciato in PDA dopo gli ultimi contributi pervenuti da parte del pubblico in sala.

Di gran lunga superato il limite delle 100 pagine previste, il libro ha raggiunto le 180 pagg. che sono state complessivamente scritte da 11 coautori e precisamente da:

Altipiani azionanti
Rosella Federigi
Astrid Agius & Gennaro Francione
Francesco Monda
Nudomafelice
Raffaele Puglisi
Gianni Ruggi
Alessandro Scarpellini
Giacomo Verde
Domenico Vitiello

Subito dopo c’è stata la presentazione del 1° libro anticopyright autoprodotto “Distanti di versi” di Rosella Federigi che è stato da lei donato alla fine dell’incontro al pubblico in sala che ne faceva richiesta. A presentare il testo poetico l’appassionante intervento critico dell’autore e poeta Gianni Ruggi, che dopo una prima importante esposizione su ragioni ed esigenze che portano ancora oggi al componimento poetico ed in particolare a quello contemporaneo, ha parlato dell’autrice Rosella Federigi, declamando e come dice lui stesso “interrogando”, i versi di tre poesie in particolare, tratte dal medesimo libro: “Scandaglio immemori immagini”, “Bisacce abbandonate” e “Visi vacui” concludendo con l’esortazione alla riflessione dell’ultimo emozionante verso di questo terzo componimento: “…perché la bellezza è il tempo che si sofferma”.

A seguire l’intervista radiofonica al promotore del progetto Anticopyrightpedia Domenico Vitiello a cura di Francesca Ghio e Giuliano Faggioni di CONTATTORADIO di Carrara circa il significato e le ragioni dell’anticopyright del PDA e la singolare iniziativa dell’autoproduzione con la rilegatura a mano del 1° libro anticopyright AA. VV. .

Terminata la proiezione del video Domenico Vitiello ha preso la parola salutando e ringraziando i convenuti e tutti gli autori partecipanti alla manifestazione e nell’approfondire le tematiche legate all’anticopyright della “rinuncia volontaria ai diritti d’autore” ha parlato di alcuni aspetti tecnici relativi all’autoproduzione del libro FAI DA TE stampato con una semplice stampante di casa e rilegato a mano e il tutto al costo complessivo di meno di 1€ a libro.

Subito dopo c’è stata la proiezione del 1° Videoart rilasciato in PDA inititolato “Caffé accordato” e realizzato da IL IA’ JOLIE e , a seguire quello di Serge Hildebrabdt “On the wall”, quest’ultimo tra i premiati della IV edizione del Festival Internazionale del Videoart “MAGMART”; di origine belga, Serge Hildebrandt, vive da diversi anni ospite dell’ecovillaggio “Auroville” nel Sud dell’ India, nello Stato del Tamil Nadu, assumendo il nuovo nome in sancrito di “Ishta”.

Il Collettivo ATYPO, invece,  ha presentato il 1° libro d’artista in anticopyright per Qrcode, un lavoro di gruppo che ha riproposto  il termine “Serendipity” coniato dallo scrittore Horace Walpole verso la metà del Settecento. La filiazione di Serendipity  con la fiaba persiana “I tre prìncipi di Serendippo” (Ceylon) ci premette il significato del termine: tre prìncipi figli di Jafer re-filosofo intraprendono un viaggio come percorso educativo e dovranno affrontare imprevisti che richiederanno nuove strategie di condotta per poter essere superati con successo. Infatti la base concettuale del termine esprime “tutte le ambiguità del processo di scoperta in senso lato”. Due elementi operano concomitanti:  la casualità che può portare ad una nuova conoscenza e la sagacia che conduce l’esperienza. Questo dualismo casualità-sagacia storicizzandosi ha acquisito risonanza in vari settori della cultura artistica e scientifica. Ne è testimonianza la mostra londinese “Cybernetic Serendipity” del 1968 che ebbe molto successo e inaugurò una nuova stagione di nuove idee per nuove possibilità espressive.

Quindi è stata la volta di Luca Leggero con la sua performance musicale “Something around Prince (as copyright symbol) ha elaborato un suo pezzo musicale con un collage di sonorità sottratte dalle musiche “all rights riserve” di Prince.  Il suo messaggio anticopyright è forte e chiaro: “mi immagino in questo modo di liberare dalle catene del copyright i brani musicali di Prince!”

Rosella Federigi, autrice del libro “D’istanti di versi”, interviene per presentare il 1° quadro anticopyright di Gianfranco Tognarelli intitolato “Macchia bianca” sottolineando il filo concettuale che lega le proprie poesie con le sue creazioni pittoriche.

Chiude il meeting, una intervista di Domenico Vitiello in video-conferenza fatta al giudice anti-copyright Gennaro Francione, il quale, nel 2001, quando svolgeva ancora la professione di magistrato, emise una sentenza di assoluzione per “stato di necessità” dato da “bisogno alimentare non altrimenti soddisfatto“, nei confronti di quattro venditori extracomunitari di cd contraffatti, decisione che è stata poi definita dallo stesso Francione “sentenza anticopyright“.

DISTANTI / DIVERSI sarà anche il titolo del 1° libro AA.VV. anticopyright!

PARTECIPA  AL 1° LIBRO  AA.VV.  ANTICOPYRIGHT!

Durante la manifestazione DISTANTI / DIVERSI: per una cultura anticopyrightche si svolgerà il 22/giugno/2013 presso  la SMSBiblio di Pisa sarà anche autoprodotto, in “estemporanea”, il 1° libro anticopyright di AA. VV. con le pagine redatte sia dal pubblico in sala che da quello online.

Il libro, che avrà il titolo della manifestazione e in copertina l’immagine della locandina della manifestazione del 1° quadro anticopyright intitolato “Macchia bianca” e donato in PDA  dall’artista Gianfranco Tognarelli, sarà rilegato a mano durante l’evento assemblando le prime cento pagine raccolte a tema libero (poesie, racconti, immagini in bianco e nero, saggi, commenti, testi e/o spartiti di canzoni, ecc.). In sala, i coautori simpatizzanti dell’anticopyright, potranno partecipare all’iniziativa dalle ore 17,00 del 22/giugno/2013 alla SMSBiblio di Pisa scrivendo il proprio testo direttamente da una apposita postazione di computer, mentre online si potrà inviare un testo di massimo 10 paginepda@anticopyrightpedia.org  entro le ore 9,00 del 20/giugno.

Il testo va scritto sull’apposito modello writer (odt) oppure word (doc) di impaginazione (adatto alla rilegatura a mano) entrambi scaricabili online dal Forum di Anticopyrightpedia alla URL www.anticopyrightpedia.org/forum

Il libro rappresenta il primo testo cartaceo collettivo autoprodotto e anticopyright rilasciato in PDA – Pubblico Dominio Antiscadenza, laddove ciascun coautore nel  parteciparvi dichiara automaticamente di rinunciare ai diritti d’autore.

Realizzato in un’unica copia originale cartacea, il testo sarà conservato presso la SMSBiblio (biblioteca comunale) di Pisa per la lettura al pubblico, mentre una copia in formato digitale sarà depositata sul Forum Anticopyrightpedia e sarà scaricabile gratuitamente.

PDA – Pubblico Dominio Antiscadenza   All rights renounced
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